Una rete carbonara per l’Open Education

La prima puntata della rubrica radiofonica “EcoEtico”, approfondimento sul trattamento etico dei dati, nell’era dei big data, è andata in onda il 23 giugno 2018, all’interno di Pensatech, condotto da Damiana Aguiari, sulle frequenze di Radio Città del Capo.

Ospiti della trasmissione, dedicata all’utilizzo dei dati aperti nella didattica e che potete trovare in podcast nel sito della radio, sono stati Fabio Nascimbeni, tra i fondatori della comunità Educazione Aperta, nodo italiano della rete Open KnowledgeEleonora Priori dottoranda in economia e sistemi complessi all’Università di Torino, Juliana Elisa Raffaghelli, ricercatrice dell’Università Oberta de Catalunya.

Pensando ai contenuti della rubrica Damiana ed io ci siamo chieste quali siano le ripercussioni di un trattamento non necessariamente etico dei Big data sulle nostre vite. In realtà si tratta anche di un omaggio a Umberto Eco, la cui scuola ha fortemente condizionato il mio approccio alla ricerca della conoscenza.

Abbiamo deciso di inaugurare la rubrica parlando di Open Education sia nei percorsi di didattica formale che in quelli di didattica informale. Fabio Nascimbeni ha spiegato la genesi del nodo italiano di Open Education e della necessità manifestata da tanti attori del sistema accademico, scolastico e del sociale di mettere in rete esperienze e saperi. La filosofia della rete è di essere “carbonara” – non solo nel senso conviviale e gastronomico – recuperando il significato storico della parola. Obiettivo del nodo italiano è quello di agevolare le relazioni tra progetti e la condivisione di saperi per approfondire e ampliare il catalogo di esperienze di l’open government o per l’open access, per esempio.

La comunità italiana svolge anche delle piccole azioni di ricerca e una di queste è stata presentata nell’edizione del 2018 di EDEN tenutasi a Genova sempre a giugno 2018.

Juliana Raffaghelli ha raccontato la sua esperienza di insegnamento presso l’Università di Firenze utilizzando gli open data nelle lezioni con educatori e insegnanti e le osservazioni, come ricercatrice, sul processo di apprendimento. Nelle interviste che ha raccolto e che ha utilizzato a fianco dell’osservazione partecipante sono emerse le difficoltà da parte degli studenti di orientarsi in mezzo ad un mare di informazioni. La sola “accessibilità” infatti non implica necessariamente che le informazioni vengano utilizzate sfruttando appieno il loro potenziale o apprezzandone tutte le sfumature. I dati vanno integrati in un percorso di senso quando vengono utilizzati in ambito educativo, come avviene nelle scuole secondarie. C’è una sorta di barriera psicologica da superare quando ci si incontra per la prima volta con un formato .csv: sono necessari progetti interdisciplinari per poter utilizzare questi dati. Le scienze della formazione e dell’educazione hanno scarsa familiarità con i dati che tutti i processi generano e dei modi in cui possono essere rimessi in circolo nell’esperienza della ricerca e in quella educativa.

Infine, per concludere una puntata ricchissima, abbiamo parlato di conflitti e politica, prendendo spunto da un libro che abbiamo letto e riletto con interesse, Datacrazia e in particolare dal capitolo scritto da Eleonora Priori, i “Dati non sono neutrali”, sottotitolato “quello che i dati non dicono”, ripreso anche in un articolo pubblicato su Not/Nero Edition. La ricercatrice si interroga sul processo di formazione dei saperi sia nel mondo dell’informazione che nel mondo dei saperi e nella scienza. I dati possono essere una lente attraverso cui osservare la realtà e non sono la realtà. Anche gli algoritmi possono fraintendere i dati o il modo in cui intrecciano delle relazioni perché sono scritti da donne e da uomini, da esseri umani. Un esempio classico di bias è quello relativo agli algoritmi che si occupano della predizione di crimini. Il problema in questo caso è la mancanza del concetto di causalità. Ci sono almeno due piani da tenere in considerazione: a livello individuale è necessaria coscienza critica e conoscenza degli strumenti, mentre la collettività deve occuparsi del fatto che la struttura della proprietà dei dati è appannaggio di pochi e non di molti. Questo è un tema sociale e politico e collettivamente dovremmo fare un passo avanti per rivendicare la proprietà dei dati.

La puntata si conclude riprendendo una lettera che pone una questione morale, che riflette l’eco dell’etica di cui cerchiamo le tracce, tradotta e pubblicata anche da AGI nella rubrica sull’innovazione, scritta da dipendenti di Microsoft alla proprietà dell’azienda e che recita:

“Riteniamo che Microsoft debba prendere una posizione etica, e mettere i bambini e le famiglie al di sopra dei profitti”, scrivevano i dipendenti. “Siamo parte di un movimento crescente, che include molti nella nostra industria che riconoscono la grave responsabilità chi chi crea tecnologie potenti per fare in modo che siano realizzate per il bene e non per fare del male”.

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