Appunti di Ricerca

Disruption — appunti sul diritto digitale alla città e sui diritti dei lavoratori digitali

Condivido con molto ritardo alcuni appunti per il dibattito dello scorso16 giugno 2018, intitolato “Come Fare Bene”, all’interno del secondo Festival Una Città con Te a Bologna. Sono stata invitata in qualità di ricercatrice ed esperta di trattamento etico dei dati, ma il mio intervento è avvenuto dopo un confronto tra i sindacati tradizionali e in assenza sia dei rider che dell’interlocutore politico al quale mi sarei volentieri rivolta (l’assessore al lavoro Marco Lombardo purtroppo era all’estero e si è “scollegato” prima del del mio intervento) per presentare alcune domande utili miglioramento della Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano, firmata pochi giorni prima a Bologna. La riflessione che avevo preparato passava rapidamente in rassegna gli assetti di potere determinati dagli algoritmi nelle città e speravo potesse avere — in quel contesto — un valore per la discussione politica. La ripropongo qui, per non perdere il filo del discorso e farlo crescere e diventare corale con l’aiuto dell’intelligenza collettiva che questo medium catalizza.

Ho iniziato a studiare, a riflettere e a scrivere sulla relazione tra trattamento etico dei dati personali e gig economy in occasione della traduzione e della produzione dei contenuti di Towards a Fairer Gig Economy, un esercizio tematico in italiano nel sito della Fondazione Openpolis, Verso un’Altra Gig Economy, che ha tentato di coniugare la traduzione del secondo pamphlet dell’Oxford Internet Institute con la raccolta di testimonianze ed esperienze locali. Lo svolgimento dell’esercizio si è intrecciato più volte con quello della protesta dei riders bolognesi e con la genesi della Carta dei diritti firmata a Bologna.

Come scrivono anche Graham e Shaw, curatori dell’edizione originale di Towards e Fairer Gig Economy, nell’edizione che abbiamo tradotto del pamphlet:

“A qualsiasi latitudine ci sono persone che si trovano ad affrontare un nuovo mondo del lavoro. Un sistema che distribuisce milioni di impieghi ma nessuna stabilità; dove datori di lavoro e lavoratori sono connessi ma potrebbero non incontrarsi mai; un sistema che offre libertà, ma senza sicurezza e controllo.”

Ritengo però che alle tante similitudini tra le condizioni dei lavoratori delle piattaforme si affianchino tante peculiarità determinate dal contesto sociale, culturale, economico e politico dei vari luoghi in cui le piattaforme operano oltre alle caratteristiche dei lavoratori che assumono.


I lavoratori hanno ovunque difficoltà ad organizzarsi, perché banalmente non si riconoscono in una categoria, non hanno identità collettiva, faticano a sentirsi parte di una comunità e sia la spinta alla competizione agonistica chela confusione tra attività lavorativa e gioco sono intense. In diversi ambiti del quotidiano cittadini e lavoratori non sono consapevoli dei diritti che possono esigere.

In un capitolo del pamphlet, intitolato “Non Odiamo la Gig Economy ma Deve Cambiare”, un fattorino di Brighton racconta:

Ho iniziato a lavorare per Deliveroo a ottobre 2016, quando la domanda di ciclisti era talmente alta che ottenere il lavoro era un gioco da ragazzi. Dei presenti al mio colloquio tutti hanno passato la selezione (alcuni in maniera alquanto sorprendente) e, nel giro di una settimana, dopo aver pagato un deposito di 150 sterline, ho ricevuto lo zaino termico e la pettorina. Le prime settimane sono state abbastanza dure: mi sono tuffato a capofitto nell’ora di punta a Brighton con indici di performance da raggiungere e soldi da guadagnare; all’inizio ne entravano più di quanti ne avessi mai guadagnati.
Mentre la maggior parte dei giovani si destreggiava tra lavori a paga minima, io riuscivo a fare quattro o cinque consegne all’ora, incassando 4 sterline a colpo. (Le conseguenze poi le sentivo sulle cosce il lunedì mattina). La mancanza di corrieri significava che di lavoro ce n’era quanto ne volevi, ma nessuno si faceva prendere dalla foga. L’atteggiamento di chi riposava nei centri di zona (dove l’app ti mandava in attesa di un ordine) solitamente era: “se posso fare quattro consegne nella prossima ora, perché stancarmi?

A un certo punto ci siamo trovati a dover racimolare quanti più soldi possibile in un paio d’ore. Si iniziava alle 19, pronti ai blocchi di partenza, con due ore per pedalare come pazzi finché Deliveroo non si sarebbe ripresa il lavoro. E’ un gioco pericoloso. A febbraio i ciclo-corrieri decisero di unirsi al sindacato dei lavoratori indipendenti. Durante la pianificazione della campagna, la rabbia aveva passato il limite e decidemmo di scioperare improvvisamente tutti per un intero sabato sera, causando all’azienda perdite per migliaia di sterline. Eravamo galvanizzati, ma dopo poco inviarono un lacchè dell’azienda per farci desistere informandoci che la rappresentanza sindacale non era un nostro diritto. Beh, Deliveroo, sono tutte stronzate.

La storia di questo fattorino ricalca solo apparentemente quanto ci hanno raccontato alcuni rider bolognesi sempre nell’esercizio di Openpolis sulla Gig Economy:

Sono stato assunto con Glovo appena la piattaforma è sbarcata in questa città. Ho iniziato a lavorare banalmente perché stavo finendo l’università, sto per laurearmi, e avevo bisogno anche di un lavoro per arrotondare un po’. Pensavo di lavorare una ventina di ore la settimana, l’equivalente di un part time, per portare a casa qualche soldo. Parallelamente, visto che partecipo ad un progetto di rivendicazione dei diritti, ho capito che in questo lavoro c’erano molti problemi.

Ci sono state diverse tappe, diversi momenti di rivendicazione. Il primo è stato spontaneo, il 13 novembre, con la grande nevicata di Bologna, e riguardava le condizioni di dignità del lavoro, la sicurezza, e sollevava anche se indirettamente il tema della mancanza dell’assicurazione INAIL. La natura del contratto prevede che non siamo considerati lavoratori subordinati, ma indipendenti e quindi non abbiamo contributi o assicurazione. Nessun diritto di questo tipo è tutto scaricato su di noi il rischio d’impresa di queste piattaforme.

Sicurezza e controllo dovrebbero rientrare negli obblighi dei datori di lavoro, anche quando sono lontani e impalpabili come nel caso delle piattaforme o si nascondono dietro un algoritmo. E invece le piattaforme di fronte al tentativo compatto delle istituzioni e dei riders di rivendicare il diritto alla città hanno disertato o abbandonato i tavoli e hanno iniziato a minacciare i loro clienti e le istituzioni di non offrire più il servizio alla città. In realtà leggendo con attenzione i comunicati stampa delle aziende il problema non sono tanto i lavoratori che rivendicano i diritti, ma le difficoltà ad operare nel mercato italiano senza un facile profitto e senza fare investimenti, come dichiara uno dei fondatori di Foodora in questo articolo.

«La strategia di Delivery Hero», scrive in Emanuel Pallua, il co-fondatore di Foodora, «è quella di operare in modo economicamente efficiente, con focus su crescita e posizione di leadership in tutti i mercati in cui opera. In Italia questo obiettivo è ora difficile da raggiungere con investimenti ragionevoli». Uno degli obiettivi è il mercato tedesco, dove Foodora aumenterà gli investimenti per battere il rivale olandese Takeaway.com.

E’ successo a Torino e a Milano, ma anche a Bologna, dove solo due delle piattaforme operative in città, quelle piccole e locali, hanno sottoscritto la Carta proposta dal Comune e dai sindacati tradizionali e da quello dei rider.


Luciano Floridi, in un articolo apparso su L’Espresso della prima settimana di giugno 2018 e intitolato “L’etica digitale che frena Big-tech”, affermava in sintesi che chi fa le regole del gioco determina il gioco. Finora abbiamo subito come inevitabili le regole e le politiche determinate dagli imprenditori del Big Tech, ma oggi, in Europa, grazie al dirompente scandalo di Cambridge Analytica e per rispondere alla necessità di politiche in grado di rivedere e condividere un contratto sociale aggiornato tra cittadini che hanno un’identità in rete – identità che espande l’idea di cittadinanza — e viaggiano o migrano (con qualche controllo alla frontiera in più e qualche difficoltà maggiore rispetto alle merci e al denaro) per lavoro o per necessità da un punto all’altro del globo.

In particolare, mi sarebbe piaciuto in quell’occasione discutere con i politici e i rappresentanti dei sindacati degli elementi che concorrono a distruggere i legami e il contratto sociale al quale abbiamo assistito, finora impotenti, sul piano del diritto alla città e dei diritti dei lavoratori. Avrei chiesto loro se possiamo individuare una possibile causa della “disruption” nell’apatia politica a tutti i livelli o in forme di iperattivismo superficiale dettato dal bisogno di essere i primi o i più innovativi? Infatti io mi chiedo spesso se si tratti di vera apatia o di dispositivi estremi di “automatismo” o “conservazione” delle classi dirigenti nel governo locale, nazionale, nei movimenti dei lavoratori e nelle rappresentanze sindacali.

Floridi, sempre nell’articolo già citato, riprende il motto di Zuckerberg “move fast and break things”, come sintomo dell’ambizione ad essere promotori dell’innovazione ad ogni costo e in ogni ambito. Anche quello politico, sindacale o di movimento.
Non sarebbe invece più opportuno, maturo, strategico ed etico, andare a mappare le relazioni di potere nelle città, segnalare i trabocchetti che distruggono i legami forti e deboli, ed essere incisivi sugli assetti con politiche del lavoro strutturali e capaci di dialogare con le politiche del digitale (come l’agenda digitale)?
(questo post è apparso anche nel mio canale Medium il 26 settembre 2018)
man riding bicycle on city street
Photo by Snapwire on Pexels.com

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